L'intervista

Oliviero Bifulco: da Pavia, alla Scuola della Scala e ora all’Opéra di Bordeaux

Diplomato lo scorso anno alla Scuola scaligera, il diciannovenne Oliviero Bifulco lavora dallo scorso settembre nel Corpo di ballo dell’Opéra National de Bordeaux diretta di Charles Jude. Nell’intervista racconta il suo percorso artistico e la sua vita da ballerino, gli inizi a Pavia, gli studi alla Scuola di ballo della Scala, le gioie e i dolori, le amicizie e i sacrifici superati grazie a una fortissima passione per la danza, grande forza di volontà e costanza nel lavoro. Il suo obiettivo: diventare un esempio per quei giovani che non hanno ancora un obiettivo, riuscire a trasmettere loro l’energia e la costanza dei ballerini per coronare il sogno vincendo le difficoltà.

Oliviero Bifulco nasce a Pavia il 10 ottobre del 1995. All’età di sei anni comincia a studiare danza classica. Nel 2007, riceve il primo premio al concorso Expression a Firenze: fra i giurati Giuseppe Carbone e Frédéric Olivieri. Riceve il premio al talento al concorso Dance on Stage a Milano, e il primo premio al concorso Opus Ballet a Firenze. Sempre nel 2007 supera le selezioni per l’accesso al 2° anno di corso della Scuola di ballo del Teatro alla Scala. Durante la sua formazione scaligera ha la possibilità di studiare anche con insegnanti di prestigio internazionale come Cinthya Harvey, Patrick Armand, Rinat Imaev e Patricia Neary e di approfondire il metodo francese, russo e americano. Nel 2009 viene scelto da Kim Brandsturp, coreografo del Royal Ballet, per danzare nella produzione Morte a Venezia del Teatro alla Scala. Sempre alla Scala partecipa a numerose produzioni, tra cui Raymonda e Aida. Nel 2011 viene scelto per ballare a Madrid con altri tre danzatori Larmes Blaches di Angelin Prejocaj, dall’assistente del coreografo Silvya Bidegain. Nel Gala del duecentenario della Scuola di ballo scaligera, esegue un assolo di The Unsung di José Limon e interpreta Napoleone in Gaité Parisienne di Maurice Béjart. Ancora con la scuola scaligera interpreta i ruoli da protagonista in Schiaccianoci di Frédéric Olivieri e Napoli di Bournonville, rappresentato a Milano e al Ravello Festival.

Nel giugno 2014 si diploma alla Scuola di ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala con pieni voti e a settembre inizia il suo percorso lavorativo con l’Opéra National de Bordeaux, dove lavora attualmente, sotto la direzione di Charles Jude. Con la compagnia francese interpreta il pas de quatre di Suite en Blanc di Serge Lifar e Icare sempre di Lifar. Prende parte allo Schiaccianoci di Charles Jude, da Marius Petipa. Attualmente è impegnato nelle prove del Lago dei Cigni di Charles Jude.

Oliviero, da cosa nasce la tua passione per la danza? A che età hai iniziato a ballare?

La mia passione per la danza è nata quasi per gioco; fin da piccolo – come  racconta mia mamma – appoggiavo le  mani allo schienale del divano di casa, quasi fosse una sbarra e facevo dei movimenti che ricordavano dei passi di danza. Mia mamma, molto lungimirante, assecondò questa mia istintività portandomi, all’età di sei anni, a un corso di danza classica ed è stato subito amore. Una certa simpatia per l’arte in tutte le sue forme è stata sempre presente in casa: mio fratello è un cantante e, mentre lui componeva e suonava, per me era naturale danzare.

Qual è stato il tuo percorso che ti ha avvicinato al mondo della danza? 

Ho frequentato per alcuni anni una scuola di danza a Pavia diretta da Daniela Ferri poi, crescendo sempre più la passione, ho iniziato a fare degli stage, ricevendo apprezzamenti da svariati maestri per cui decisi, ovviamente con l’approvazione dei miei genitori, che era tempo di fare un ulteriore passo avanti per perfezionare la tecnica e, così, cambiai scuola. Qui cominciai a lavorare più duramente e facevo lezione tutti i giorni; partecipai a concorsi a Milano, a Firenze e arrivarono i primi premi e riconoscimenti. A quel punto la mia insegnante, la direttrice Marilina Piemontese, mi propose di fare il provino alla Scala: c’erano tanti altri ragazzi ed io, guardandoli con curiosità, pensavo fossero tutti bravi e mi resi conto che stavo veramente per iniziare la “corsa”! Superai l’audizione! Ricordo quanto fossi felice ed entusiasta quel giorno ma anche altrettanto spaventato all’idea di affrontare un’esperienza così nuova che sapevo avrebbe potuto cambiare definitivamente la mia vita. Pur non essendone pienamente cosciente, comprendevo di trovarmi ad una svolta: ero ancora un bambino, ma stavo per iniziare a diventare “adulto”.  La mia vita stava per cambiare radicalmente e, quello che era iniziato come un passatempo, diventava (in parte già lo era ma non ne avevo ancora la consapevolezza) la mia ragione di vita.

Da piccolo era già il tuo sogno quello di intraprendere la carriera di danzatore professionista?

No, non lo avrei mai immaginato, però sono cresciuto pensando che, ciascuno di noi nella vita, debba cercare di realizzare il proprio sogno.

Quale clima si respirava nelle scuole di danza di provincia prima del grande salto verso l’Accademia scaligera?

Ho frequentato due scuole di danza a Pavia, che mi hanno accolto davvero bene. Nelle scuole di danza delle città di provincia è difficile trovare dei maschi che si avvicinano alla danza classica, per cui mi trovavo ad essere sempre al centro dell’attenzione. Ho un ricordo bellissimo di tutto quel periodo perché ho incontrato le persone giuste che mi hanno saputo indirizzare verso la strada da percorrere, in particolare la mia ultima insegnante della scuola di danza a Pavia, la maestra Marilina Piemontese.

Ti sei brillantemente diplomato, cosa conservi dell’esperienza presso la Scuola di Ballo della Scala?

È stata un’esperienza formidabile, la più bella che potessi immaginare! Mi ha formato non solo come ballerino ma anche come persona, come uomo, facendomi maturare. È stato un percorso completo, molte volte anche difficile e doloroso per le privazioni, i sacrifici, gli stessi dolori fisici a fine allenamento. Le nostre giornate iniziavano alle otto del mattino e terminavano alle dieci di sera; molte volte lo sconforto, la solitudine data dalla mancanza della famiglia, le delusioni ti abbattevano ma, la passione e la volontà ti permettevano poi di superare qualsiasi ostacolo. Ho avuto occasione di vivere esperienze indimenticabili, ho ballato in posti meravigliosi, ho conosciuto persone che sono poi divenuti miei grandi amici, per tutto questo sarò sempre grato all’Accademia.

Che allievo sei stato?

Appena entrato in Accademia ricordo che, entrando in sala per fare lezione, tremavo. Ho  sempre preteso molto da me stesso, non sono mai soddisfatto e, se potessi tornare indietro, affronterei ogni cosa con più tranquillità. Solo ora posso affermare con certezza che lavorando sodo e con costanza, gli obiettivi si raggiungono sempre e che l’atteggiamento col quale si affronta ogni prova che la vita ci impone, cambia la percezione della difficoltà, dunque essere sereni e positivi aiuta sempre.

C’è stato un momento particolare in cui hai veramente creduto che il tuo sogno di diventare un grande ballerino stava tramutandosi in realtà?

Premetto che non mi sento affatto un grande ballerino, la strada da percorrere è lunga e, anche se dovessi diventarlo, avrei ogni mattina da imparare qualcosa di nuovo da chiunque. L’obiettivo a cui aspiro è tradurre in emozione per il pubblico l’arte meravigliosa che ho la fortuna di praticare. In questi ultimi anni ho vissuto dei momenti indimenticabili, in cui sentivo di riuscire a trasmettere la magia che stavo provando: ricordo che ballando nella parte de Lo Schiaccianoci nel periodo natalizio, ero talmente preso nella parte che mi sembrava di vivere la storia realmente! Ho un ricordo indelebile di quando danzai Infiorata a Genzano al Ravello Festival: il palco è a strapiombo sul mare, all’aperto e l’emozione è stata grandissima, la danza e la natura si fondevano.

Chi ti ha aiutato o ha creduto di più in te?

Prima di tutto la mia famiglia perché senza di loro niente sarebbe stato possibile: il sostegno psicologico di mia mamma, i viaggi con mio papà per tornare a casa a Pavia, alle dieci di sera. Pensandoci ora fatico a realizzare come abbia potuto farcela. Poi sicuramente tutto il team dell’Accademia: il direttore Olivieri, che  ha capito fin dal primo giorno le attitudini di tutti noi allievi; il mio maestro Vanadia che mi ha sostenuto per sette anni; le assistenti, indimenticabili e preziose  e tutti gli insegnanti. Ho davvero dei bei ricordi, sopratutto del nostro corso: dire che ci siamo aiutati è dire poco. Abbiamo vissuto insieme praticamente tutto il giorno per sette anni,  si sono creati dei rapporti di amicizia unici e sarà difficile smorzarli. Sono tutte persone bellissime e,  credo ci siamo sempre spronati a vicenda per dare di più, per fare di più, per essere persone migliori in tutto, non solo nella danza.

Qual è stato lo spettacolo di danza al quale hai assistito, come spettatore, che ti ha maggiormente emozionato?

Sicuramente il Don Chisciotte alla Royal Opera House. Ho avuto la fortuna di poterlo vedere e vivere da dietro le quinte: il carisma dei ballerini era enorme e la professionalità ai massimi livelli. I ballerini hanno avuto la capacità di catturare il pubblico, che era letteralmente a bocca aperta. Ogni minimo dettaglio era studiato alla perfezione. Nella parte di  Kitri una danzatrice sensazionale, Marianela Nunez.

Quali preziosi consigli conservi dei tuoi maestri di danza scaligieri?

Ogni maestro mi ha donato qualcosa di sé. Ricordo, per fare un nome, la maestra Colombini: era rigidissima, pretendeva molto e mi ha insegnato ad usare la testa, fondamentale per un danzatore. Gli insegnanti uomini sono stati molto bravi ad insegnare la forza ed il carisma da usare in scena, la parte più mascolina. Le insegnanti, invece, con noi maschi, si concentravano per lo più sulla coordinazione e sulla velocità.

Un tuo personale ricordo del direttore della Scuola di Ballo, Frédéric Olivieri?

È una persona che stimo molto, sono convinto svolga benissimo il suo lavoro, ha l’enorme capacità di capire immediatamente il ballerino che ha davanti, ne sa far risaltare le qualità migliori. È inoltre un eccellente maestro: gli spettacoli realizzati con gli allievi della scuola di ballo sono al livello di una compagnia professionale.

Oltre la danza, hai altre passioni?

Sì, forse troppe. Sicuramente tutto ciò che riguarda le arti visive mi affascina. Amo la bellezza! Adoro fotografare e fissare i ricordi che la vita mi offre. Mi piace girovagare nei musei, mi sembra di viaggiare nel tempo. Cerco di rimanere aggiornato con la moda, adoro andare al cinema, a teatro, vedere spettacoli… Sono sicuramente tutte arti legate, chi più chi meno, alla danza. Poco tempo fa, ho trovato dei libri con dei modelli di costumi che Gianni Versace disegnò per Béjart. È fantastico quanto due arti si mescolano, quando si tratta di geni come loro.

Hai un mito della danza al quale ti ispiri?

Certamente Roberto Bolle è un punto di riferimento per noi ballerini maschi, un’ideale di perfezione al quale ispirarsi e che ha contribuito molto a rendere  accessibile la danza al grande pubblico. Penso, però, che ci sia da imparare e attingere qualcosa da tutti i grandi ballerini.

Ora fai parte del Ballet de l’Opéra National de Bordeaux. Com’è avvenuto il tuo ingresso?

Ho fatto l’audizione nel mese di maggio 2014 che consisteva in una lezione ed una variazione. Terminata la prova il Direttore mi ha offerto il contratto: mi è sembrato di essere tornato indietro di sette anni, quando entrai in Scuola di Ballo, la felicità è stata grande, l’emozione è sempre la stessa quando ricevi delle conferme sulle tue capacità.

Le maggiori soddisfazioni professionali che hai ricevuto da questa nomina?

Sicuramente danzare ne Lo Schiaccianoci: per ventisette sere sono stato in scena per tutta la durata dello spettacolo. Inoltre, due giorni prima della prova generale, mi venne comunicato che avrei dovuto imparare la Danza Russa perché un ballerino si era infortunato. Imparai la parte in due giorni ma è andato tutto bene, con mia grande soddisfazione.

Come si svolge la tua giornata tipo in Francia? Quante ore provi?

Mi alzo verso le otto, per mia fortuna non amo dormire molto ed ho quindi il tempo per prepararmi con calma e leggere cosa succede nel mondo. Mi riscaldo in palestra e, verso le dieci e mezza, ho lezione con la compagnia. Dopo una pausa di mezz’ora, iniziamo le prove che proseguono fino alle ore diciotto circa, secondo il balletto che stiamo preparando. Se abbiamo spettacolo alla sera ci viene concessa una pausa per rilassarci e riposare un poco.

Quali sono i programmi futuri con l’Opéra de Bordeaux?

Non vedo l’ora di ballare ne Il Lago dei Cigni che verrà rappresentato dal prossimo  mese di maggio fino ai primi di luglio e, per ora, non so dirti di più perché non è ancora uscito il calendario della prossima stagione ma ho da poco appreso che molto probabilmente, ci sarà un Galà Tchaykovsky per il periodo natalizio.

Qual è il sacrificio più grande che richiede l’essere danzatore?

Me ne vengono in mente alcuni e li cito in ordine sparso: essere disponibili al cambiamento, allontanarsi da affetti e abitudini; non potersi permettere di lasciarsi scoraggiare da eventuali momenti negativi (che, comunque, risulta utile nella vita in generale); non poter coltivare le amicizie quanto si vorrebbe e non poter disporre di molto tempo libero… ah dimenticavo: ultimo ma non in ordine di importanza… avere la costanza e l’umiltà di lavorare ogni giorno; la costanza è un’attitudine fondamentale.

Con quale coreografo ti piacerebbe lavorare e con quale ballerina?

Desidererei lavorare con davvero tanti coreografi, apprezzo molto David Dawson e Ratmansky. Penso stiano contribuendo a rinnovare la danza e a renderla più “popolare”. Sarebbe un sogno ballare con Maria Kotchekova del San Francisco Ballet perché l’ammiro moltissimo.

Cosa pensi dei talent sulla danza in televisione? Li guardi?

Mi è sempre piaciuto guardarli e sicuramente, almeno inizialmente, hanno fatto conoscere al grande pubblico la danza classica. Ora mi sembra che le si dia sempre meno spazio e visibilità. Probabilmente perché il gradimento del pubblico di giovani è rivolto maggiormente a stili diversi, più accessibili alla moltitudine; la formazione classica, però, comporta un approccio unico che permette poi la padronanza tecnica di affrontare qualsiasi stile… Un aspetto importante e che viene certamente frainteso, è quello che non va confuso la popolarità con l’essere arrivati, perché nel mondo dell’arte ciò che conta è il lavoro costante e l’umiltà, non il numero di followers o le foto sui giornali patinati…

Esiste un aspetto della tua carriera che ti piacerebbe leggere e che non è stato ancora scritto?

È una domanda a cui non sono sicuro di saper rispondere ora, forse sono ancora troppo giovane ed ho tanto da imparare da chiunque! La mia carriera la sto costruendo passo dopo passo, sia sul palcoscenico che fuori… Nelle lunghe giornate di prove, ma anche nelle serate in cui mi fermo a riflettere o che trascorro con gli amici, assorbo parecchie emozioni che confluiscono nel mio animo e che sicuramente rappresenterò in scena interpretando i vari ruoli. Tutti noi ballerini, per arrivare, dobbiamo avere un’illimitata costanza: a volte le motivazioni non sono sufficienti per farci superare gli ostacoli; a volte (lo spiegavo prima) la lontananza da casa, dagli affetti o da alcune inevitabili abitudini, ci precludono il risultato. Ecco dunque che l’energia che ci viene data dal desiderio di realizzare il proprio sogno vince su qualsiasi ostacolo. Mi piacerebbe un giorno diventare un esempio per quei giovani che non hanno ancora un obiettivo da realizzare nella vita, oppure mancano della costanza che noi ballerini dobbiamo appunto avere per poter esprimere la nostra arte e vincere le difficoltà tecniche o di interpretazione che il ruolo ci impone. Non vorrei essere frainteso, la danza non può essere la panacea a tutti i problemi del mondo, ma sicuramente regala delle emozioni (per il tempo che dura lo spettacolo…ma anche dopo spero), ti allontana da fatti temporali oggettivi, trasporta lo spettatore in altre epoche e racconta storie che sono sempre attuali (pensiamo all’amore in primis), ma soprattutto obbliga a tanti sacrifici che non vedo fare a parecchi ragazzi della mia età. Per questo vorrei che fosse d’esempio, per le rinunce ma anche per l’infinita soddisfazione nel realizzare il proprio sogno, soddisfazione che noi proviamo ogni qualvolta entriamo in scena. Credo di essere stato fortunato, come tutti coloro che hanno un sogno da realizzare, una passione che li tiene vivi. Non so spiegare perché proprio io abbia avuto questo richiamo dalla danza, il ritmo, la necessità di movimento sulle note di qualsiasi musica: mi ritengo molto fortunato e per questo sarei felice di poter restituire al prossimo una parte di questo dono. Vorrei poter portare la danza ovunque, in tutti i luoghi, non solo nei teatri. Ecco forse questo è il sogno più grande.

Hai qualche trucco per tenere a bada la tensione, o gesto scaramantico?

No, nessun gesto scaramantico, cerco solo di respirare profondamente e concentrarmi, pensando che andrà tutto bene, poi in scena il nastro si srotola in automatico e tutto avviene con naturalezza, quasi per magia.

Come vivi la popolarità?

Questo mondo mi porta a conoscere tantissime persone, diverse e talentuose ed è un lato del mio lavoro che adoro. Definirmi popolare sarebbe un’esagerazione, è vero che ho molti amici e che cerco di conoscere molte persone ed informarmi. Il mondo della danza è talmente bello, ci si aiuta molto, anche se ai non addetti ai lavori parrebbe un mondo tutta competizione e odio. Invece noi danzatori,  siccome viviamo le stesse emozioni, le stesse difficoltà, abbiamo quelle fragilità che ci accomunano e siamo pronti ad aiutarci l’un l’altro nei momenti difficili.

Smessi i panni da ballerino qual è la tua giornata tipo a Bordeaux?

Mi piace uscire e passeggiare sul lungofiume, mi rilassa molto. Dopodiché mi dirigo a casa per cenare e, quando non c’è spettacolo, cerco di alternare cinema, teatro, o anche una semplice serata tra amici o qualcosa alla televisione. Bordeaux è una città piccolina, a misura d’uomo, ma offre davvero tanto.

Che ruolo gioca l’alimentazione per un danzatore?

L’alimentazione è sicuramente fondamentale! Il  corpo è il nostro strumento di lavoro e dobbiamo averne cura. L’energia ci deve essere sempre, tanta, ma non dobbiamo sentirci appesantiti, quindi bisogna privilegiare un certo tipo di cibo rispetto ad altri. Infatti il cibo è paragonabile al carburante per la  macchina e deve quindi deve essere di buona qualità.

La danza negli ultimi anni si è molto evoluta, è diventata più atletica e anche più “fisica”. Sei d’accordo?

Sono d’accordo quando questo viene abbinato alla parte artistica. Quando c’è il connubio fisicità più emozione è incredibile. Se sei solo bello, non funziona, il pubblico lo sente.

Dal punto di vista professionale ti manca l’Italia?

Noi ballerini siamo fortunati perché il mondo della danza è proprio universale: quando entri in sala potresti trovarti in Cina o in America o in Francia ma non te ne accorgeresti. Quindi, dal punto di vista professionale, no, non sento la mancanza. Sicuramente però sento la mancanza della famiglia, degli amici, del calore che c’è in Italia.

Recentemente al Concorso Internazionale Novara in Danza 2015 sei stato insignito, davanti a una prestigiosa giuria di nomi della danza, del Premio étoile del domani. Quali sono state le emozioni nel riceverlo e qual è il ricordo di queste due giornate trascorse come ospite d’onore al Palazzetto Dal Lago di Novara?

È stata un’emozione fortissima. Ricevere il premio è stato per me un grande onore, specialmente davanti ad una giuria così prestigiosa. Questa volta ho assistito ad un Concorso da un nuovo punto di vista: concorrere è difficile ed emozionante, ma sedersi dalla parte dei giurati, lo è sicuramente altrettanto. Ammiravo sorpreso lo sguardo attento e concentrato di ogni singolo giudice, che cercavano di cogliere il minimo dettaglio dei concorrenti in gara; è stata un’esperienza che difficilmente dimenticherò.

Per concludere un tuo pensiero sull’essenza dell’arte della Danza?

Penso che sia un’arte incredibilmente onesta: in scena portiamo coreografie che appartengono a un altro secolo e  a volte mi chiedo se le rappresentazioni che raccontano invece di epoche più recenti avranno lo stesso coinvolgimento del pubblico tra cento o duecento anni. È certo un’arte difficile la nostra, la vita artistica di un ballerino è flagellata da microtraumi che incidono alla lunga sulla qualità delle nostre performance, che ci fanno soffrire… eppure il desiderio di tornare in scena è sempre forte e difficilmente scema, anche a fine carriera. Io spero di mantenere inalterato questo desiderio e che la passione mi permetta sempre e comunque di vivere, soffrire e amare questo lavoro, donando forti emozioni agli spettatori che avrò l’onore di intrattenere, di trasportarli in un mondo ovattato di sogni. Perché la danza è bellissima!!

Michele Olivieri

21/04/2015

Foto: 1. Oliviero Bifulco durante il Diploma alla Scuola ballo della Scala, giugno 2014; 2. Spettacolo della Scuola di ballo Accademia Teatro alla Scala, 2008 (al centro Frédéric Olivieri; Oliviero Bifulco è il primo a destra); 3. Oliviero durante uno stage nel 2012; 4.-5. a Madrid in Larmes Blaches di Angelin Prejocaj, 2013; 6.-8. Nel ruolo di Schiaccianoci con la Scuola ballo della Scala, dicembre 2013; 9.-10. Nel balletto Napoli con la Scuola di ballo della Scala, aprile 2014; 11. Con il Maestro Vanadia e i suoi compagni di corso alla Scala; 12. – 20. Oliviero Bifulco durante l’esame di Diploma alla Scuola ballo del Teatro alla Scala, giugno 2014; 21. In sala prove, settembre 2014; 22. assegnazione del Premio étoile del domani a Oliviero Bifulco, Concorso Internazionale Novaraindanza (da sinistra Michele Olivieri, Barbara Gatto, l’Assessore allo Sport del Comune di Novara Rossano Pirovano, Oliviero Bifulco e la presentatrice della serata Alice Fassina); 23. Il Corpo di ballo dell’Opéra National de Bordeaux in Schiaccianoci di Charles Jude (Oliviero è nel gruppo di sinistra, con il suo costume blu da russo).

 

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